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La quinta marcia e lo stesso buco

Redazione|18 ottobre 2026

La quinta marcia e lo stesso buco

Il budget universitario argentino è sceso dallo 0,718% del PIL nel 2023 allo 0,541% quest'anno. Con Milei alla Casa Rosada dalla fine del 2023, l'aggiustamento è arrivato alle facoltà, e il progetto per il 2027 inviato al Congresso lo lascia allo 0,514%. Secondo il Ciicti, il finanziamento delle università nazionali resterà inferiore del 21,2% rispetto al livello del 2023.

Questo giovedì 15 ottobre si è mobilitata la quinta Marcia Federale Universitaria a Buenos Aires, Rosario, Córdoba, Santa Fe e in altre città. La parola d'ordine è semplice: che si applichi la legge sul finanziamento che il Congresso ha approvato nel 2025 e ha mantenuto dopo un veto presidenziale. Milei ha posto il veto due volte, il Parlamento ha ribaltato il veto, e l'Esecutivo si è comunque rifiutato di applicarla dicendo che non c'è da dove prendere i soldi. Il 6 ottobre un tribunale federale gli ha ordinato di applicarla e il Governo ha presentato appello.

I numeri che fanno male: la massa salariale dei professori e del personale non docente resterà inferiore del 19,8% rispetto al 2023, le borse di studio restano insufficienti e molti studenti abbandonano perché devono lavorare. L'università pubblica è gratuita dal 1949, ci sono 61 università nazionali e due milioni di studenti contro 542.042 nelle private. Con il 36,9% dei giovani dai 15 ai 29 anni che non coprono i propri bisogni primari, l'istruzione gratuita è l'unica cosa che resta a molti.

Detto questo, non faremo finta neanche noi che il sistema universitario sia un convento di poveri. Dentro c'è una casta di gestione, cattedre a vita, viaggi, consulenze e strutture sindacali che da decenni vivono del budget senza rendere conto a nessuno. La marcia è convocata dalle stesse centrali sindacali e dall'opposizione peronista che hanno lasciato il Paese così com'è. Che a pagare l'aggiustamento sia chi studia è una carognata, ma anche che chi gestisce la cassa universitaria si faccia l'indignato.

Il fondo della questione è sempre lo stesso: uno Stato che si impegna a finanziare qualcosa che non vuole finanziare, e un apparato che si aggrappa alla spesa senza mostrare risultati. La discussione non è se l'università pubblica valga, è chi paga il conto e perché nessuno lo spiega. È lì che cade tutto il racconto, da entrambe le parti.