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COP30: un nuovo spettacolo climatico trasformato in fiasco “Woke”

Redazione|22 novembre 2025

COP30: un nuovo spettacolo climatico trasformato in fiasco “Woke”

Il Vertice sul Clima COP30, tenutosi a Belém, in Brasile, è finito avvolto nello stesso rituale di grandiloquenza e promesse vuote che caratterizza questi incontri. Il presunto “accordo preliminare storico” è stato presentato con fanfara, ma dietro i discorsi levigati si percepisce un evento dominato da gesti politici e impegni impossibili da verificare.

L'annuncio che servono “bilioni di dollari” per finanziare l'adattamento e la mitigazione climatica nei paesi in via di sviluppo ha sollevato più sospetti che speranze. Restano non chiariti i meccanismi di finanziamento, l'origine reale dei fondi né i sistemi di controllo che ne garantirebbero la trasparenza. Emerge invece l'impressione di una gigantesca macchina burocratica destinata a distribuire denaro tra istituzioni e società di consulenza affini, mentre i cittadini continuano a non vedere risultati concreti.

Uno dei momenti più pubblicizzati del vertice è stata la presentazione del cosiddetto “Consenso de Belém”, promosso come quadro strategico per proteggere l'Amazzonia. Il documento abbonda di dichiarazioni vaghe, linguaggio tecnocratico e promesse ripetute anno dopo anno. L'inclusione delle comunità indigene è diventata uno slogan ricorrente, più utile come strumento di marketing politico che come soluzione reale ai problemi strutturali della regione.

La retorica climatica è tornata a concentrarsi sulla riduzione delle emissioni e sull'obiettivo di zero emissioni nette, senza accompagnarsi a piani realistici che evitino un impatto severo su economie già indebolite. Nonostante il desiderio di mostrarsi leader ambientale, il Brasile non riesce a dissipare i dubbi sulla coerenza della propria politica interna.

Il vertice è stato segnato anche dal protagonismo crescente della cosiddetta agenda woke, ormai integrata in quasi tutti i discorsi ufficiali. Concetti importati da dibattiti identitari, linguaggio iperpoliticizzato e un'enfasi costante nel privilegiare simboli rispetto a risultati concreti sono diventati il segno distintivo dell'evento. L'ossessione di apparire moralmente irreprensibili ha finito per eclissare discussioni tecniche urgenti, sostituite da cerimonie di virtù pubblica che poco aggiungono alle sfide climatiche reali.

Così, la COP30 si congeda lasciando un panorama dominato dalla retorica più che dall'azione. Quello che doveva essere un passo decisivo verso una strategia climatica globale è diventato un misto di slogan “woke”, promesse senza meccanismi chiari e leader ansiosi di proiettare un'immagine impeccabile, anche se la realtà continua ad aspettare soluzioni concrete.

Invece di progressi tangibili, ciò che resta è un altro spettacolo climatico pieno di dichiarazioni grandilocuenti, obiettivi astratti e un divario crescente tra ciò che si dice in questi forum e ciò che realmente accade sul terreno.